• Nicholas Stargardt "La guerra tedesca. Una nazione sotto le armi 1939-1945"
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    • Editorial ‏ : ‎ Neri Pozza (6 Diciembre 2018)
    • Idioma ‏ : ‎ Italiano
    • Tapa blanda ‏ : ‎ 832 páginas
    • ISBN-10 ‏ : ‎ 8854514306
    • ISBN-13 ‏ : ‎ 978-8854514300
    • Dimensiones ‏ : ‎ 5.71 x 1.97 x 8.58 pulgadas
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    • Filippo Verzotto
      2018, pp. 832, € 9,99
      ISBN: 9788854517288
      Collana: I Colibrì
      Generi: Saggi, Storia

    • Nicholas Stargardt è uno dei principali storici britannici della Germania nazista. Insegna Storia europea moderna al Magdalen College, Oxford, ed è autore di Witnesses of War: Children’s Lives Under the Nazis e di The German Idea of Militarism: Radical and Socialist Critics 1866–1914       

    • ASIN ‏ : ‎ B07DGK3FPP
    • Herausgeber ‏ : ‎ Neri Pozza (1. Juni 2018)
    • Sprache ‏ : ‎ Italienisch
    • Dateigröße ‏ : ‎ 8155 KB
    • Text-to-Speech (Vorlesemodus) ‏ : ‎ Aktiviert
    • Screenreader ‏ : ‎ Unterstützt
    • Verbesserter Schriftsatz ‏ : ‎ Aktiviert
    • Word Wise ‏ : ‎ Nicht aktiviert
    • Seitenzahl der Print-Ausgabe ‏ : ‎ 889 Seiten
    • Autor ‏ : ‎ Nick Stargardt
    • Übersetzer ‏ : ‎ Filippo Verzotto  
    • Formato : EPUB2 con Adobe DRM  
              
     
     
     
     
     
     
     
     
     
    La Seconda guerra mondiale fu una guerra come nessun’altra.

    Nel corso della sua esistenza, il Terzo Reich investì e consumò tutte le sue riserve morali e fisiche, portando alla sconfitta totale del 1945. A distanza di così tanti anni – nonostante gli scaffali di libri dedicati alle origini, all’andamento e alle atrocità della guerra – ancora non sappiamo per che cosa i tedeschi pensassero di stare combattendo, quali furono le esperienze che attraversarono e come fecero a sopportare la guerra fino all’ultimo giorno.

    Quando scoppiò, nel settembre del 1939, la guerra in Germania non godeva del minimo favore popolare. Senza però la partecipazione e l’impegno offerti attivamente dal popolo tedesco, non avrebbe potuto andare avanti per quasi sei anni. Che cos’era, dunque, la guerra che i tedeschi pensavano di stare combattendo? In che modo il volgere degli eventi del conflitto – le vittorie del Blitzkrieg, le prime sconfitte sul fronte orientale, il bombardamento subito dalle città tedesche – mutò opinioni e aspettative? E quando fu che i tedeschi si resero conto di stare combattendo una guerra genocida?

    Attingendo a una messe di testimonianze di prima mano, La guerra tedesca è, da decenni a questa parte, il primo tentativo di capire come il popolo tedesco vivesse la Seconda guerra mondiale. Adottando il punto di vista di coloro che la attraversarono – soldati, insegnanti di scuola e casalinghe; nazisti, cristiani ed ebrei – il racconto storico magistrale che ne emerge getta una luce nuova e inquietante sulle convinzioni, le speranze e le paure di un popolo che intraprese, proseguì e combatté sino alla fine una guerra brutale di conquista e genocidio.




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    Sono trascorsi più di settant’anni dalla fine della Seconda guerra mondiale e – nonostante interi scaffali di libri dedicati alle origini, allo svolgersi e alle atrocità del conflitto – non sappiamo ancora perché i tedeschi combatterono fino all’ultimo giorno per la difesa del Terzo Reich. Neppure i giapponesi combatterono fino alle porte del palazzo imperiale di Tokyo come fecero i tedeschi per la Cancelleria del Reich a Berlino. Che cosa li muoveva realmente? Come potevano far proprio il richiamo alla mobilitazione generale da parte di un regime che, nel 1945, mise in atto la propria «sconfitta totale», investendo e consumando tutte le risorse morali e fisiche della nazione?

    Il carattere di guerra razziale di quel conflitto, con le atrocità e i genocidi conseguenti, non era, inoltre, – come nel periodo della Guerra fredda si è a lungo sostenuto – un’ignobile macchia delle SS e di un manipolo di nazisti intransigenti. A partire dagli anni Novanta, documentazioni fotografiche e numerosi materiali – come una pagina di diario in cui, il 22 novembre 1943, il capitano August Töpperwien annotava: «Stiamo sterminando non solo gli ebrei che comabattono contro di noi, vogliamo letteralmente sterminare questo popolo in quanto tale!» – hanno abbondantemente messo in discussione la comoda scusa di una Wehrmacht buona a fronte delle cattive SS.

    La tesi perciò che vuole i tedeschi consapevoli a poco a poco di stare combattendo una guerra mirata al genocidio è difficilmente confutabile. Che impatto, tuttavia, ha avuto sulla gente comune una simile consapevolezza? In che maniera la guerra influì sul loro modo di vedere il genocidio? Il diffuso timore, nell’estate 1943, che la Germania non sarebbe riuscita a sottrarsi alle conseguenze di una spietata guerra razziale, di cui era stata essa stessa fautrice, ha avuto un peso rilevante nella mobilitazione generale dei tedeschi?

    Opera imponente, frutto di un decennale lavoro su una sterminata massa di materiali – i rapporti delle spie del regime, quelli della censura militare, le raccolte di lettere fra amanti, amici stretti, genitori e figli e coppie sposate – La guerra tedesca intreccia magistralmente gli eventi bellici con le vicende personali del popolo tedesco in guerra, e offre al lettore uno dei più importanti libri sulla Germania nazista che siano mai stati scritti.






    Prefazione 

    Questo libro rappresenta il coronamento di un periodo di poco più di vent’anni durante i quali ho tentato di comprendere l’esperienza di coloro che vissero in Germania e sotto l’occupazione tedesca durante la seconda guerra mondiale. Si tratta, peraltro, di un libro che inizialmente non avevo intenzione di scrivere. Nel 2005 avevo assicurato a me stesso e a chiunque fosse a portata d’orecchio che, avendo appena terminato La guerra dei bambini. Infanzia e vita quotidiana durante il nazismo, non avrei scritto null’altro sui bambini, l’Olocausto o la Germania nazista. Questo libro aveva cominciato a prendere vita come un breve saggio che affrontava la questione di ciò per cui combattevano i tedeschi: era qualcosa che avevo l’impressione fosse necessario dire prima di potermi dedicare ad altro, e iniziò a prendere la forma di qualcosa di più consistente durante un anno sabbatico che passai all’Università libera di Berlino nel 2006-2007. 

    Vi sono alcune chiare continuità fra i due libri, la più evidente delle quali è l’interesse che mi porta a esplorare le dimensioni soggettive della storia sociale, ricorrendo alle testimonianze dell’epoca per riuscire ad avere un’idea di quale fosse il giudizio che le persone davano e quale la comprensione che avevano degli eventi nel momento in cui si stavano svolgendo attorno a loro e prima di sapere quale ne sarebbe stato l’esito finale. Vi sono anche delle chiare differenze. Ne La guerra dei bambini volevo più di ogni altra cosa trattare i bambini come attori sociali in tutto e per tutto; e avevo inoltre intenzione di mettere l’una accanto all’altra le prospettive, fra loro irriducibili, dei bambini che la guerra e le persecuzioni razziali dividevano in vincitori e perdenti. La guerra tedesca presenta un diverso problema: come fare a mettere in luce quali fossero i timori e le speranze della società da cui provenivano i vincitori e gli esecutori materiali, e così facendo comprendere quale giustificazione si dessero i tedeschi per questa guerra. Per focalizzare la questione il mio intento è stato andare, per così dire, in ampiezza e in profondità: in ampiezza utilizzando «macro» istantanee d’opinione, attinte a quanto, delle conversazioni pubbliche, riferivano i rapporti delle spie che stavano in ascolto per conto del regime o della censura militare che prelevava i campioni di lettere dai sacchi della posta; in profondità seguendo un cast selezionato di individui, tratto da un’ampia varietà di contesti, in un arco di tempo considerevole, andando a vedere come speranze e progetti personali risultassero intrecciati con l’esperienza mutevole che la guerra li portava ad avere. In tal modo la voce delle vittime non ha più la stessa rilevanza che aveva ne La guerra dei bambini, ma non è mai del tutto assente: senza il loro punto di vista contrastante non sapremmo quante differenze – e spesso atteggiamento solipsistico – vi fossero nel modo in cui i tedeschi si facevano un’idea della guerra. 

    Uno degli ingredienti principali di questo libro sono le raccolte di lettere fra amanti, amici stretti, genitori e figli e coppie sposate. È un tipo di fonti che è stato utilizzato da molti storici, ma con esiti spesso diversi. Per esempio, la Bibliothek für Zeitgeschichte («Biblioteca di storia contemporanea») di Stoccarda possiede una celebre collezione di circa venticinquemila lettere messa insieme da Reinhold Sterz. Purtroppo le lettere sono state catalogate per periodo e non per autore, cosicché esse forniscono un’istantanea delle opinioni soggettive in un momento preciso della guerra, senza che sia possibile verificare quanto strettamente l’autore di una lettera si attenne a queste opinioni in un dato arco di tempo. Quel che ha guidato la mia selezione è stato il principio opposto: ho voluto leggere raccolte di corrispondenza in cui siano conservate lettere di una parte e dell’altra e che siano andate avanti per almeno alcuni anni, facendo in tal modo vedere come nel corso della guerra si svilupparono e modificarono le relazioni personali fra i corrispondenti (che sono poi il motivo principale per cui ci si scrive). Ciò ci consente di ricostruire con maggior precisione quale fosse il filtro personale attraverso cui ogni individuo percepiva i grandi eventi. È il genere di ricerca che gli storici della prima guerra mondiale vanno sviluppando dagli anni Novanta, e ho imparato molto su come si fa da Christa Hämmerle.

    Ho avuto la grande fortuna di avere accesso all’archivio privato costituito da Walter Kempowski quand’era ancora in vita, e ricordo bene la generosa accoglienza che Walter e Hildegard Kempowski mi diedero nella loro casa a Natum: l’archivio si trova ora alla Akademie der Künste (Accademia delle arti) a Berlino. Al Deutsches Tagebucharchiv (Archivio tedesco dei diari) di Emmendingen mi è stato di grande aiuto Gerhard Seitz, così come lo è stata Irina Renz alla Bibliothek für Zeitgeschichte di Stoccarda. A Berlino Andreas Michaelis al Deutsches Historisches Museum (Museo di storia tedesca), Veit Didczuneit e Thomas Jander al Feldpostarchiv (Archivio di posta militare) del Museum für Kommunikation Berlin (Museo della comunicazione di Berlino) e al Bundesarchiv (Archivi federali) hanno tutti fornito preziose fonti, così come ha fatto Christiane Botzet al Bundesarchiv-Militärarchiv (Archivi federali - Archivio militare) a Friburgo. Klaus Baum e Konrad Schulz dell’archivio degli Jehovas Zeugen in Deutschland (Testimoni di Geova in Germania) a Selters im Taunus hanno fornito copia delle ultime lettere scritte dai testimoni di Geova prima di essere giustiziati per il rifiuto a prestare servizio militare, e Alexander von Plato all’Institut für Geschichte und Biographie (Istituto di storia e biografia) a Lüdenscheid mi ha fatto conoscere la vasta raccolta di ricordi della guerra di bambini di scuola, cominciata agli inizi degli anni Cinquanta e contenuta nel Wilhelm-Roeßler-Archiv. Sono inoltre grato a Li Gerhalter e Günter Müller per il materiale proveniente dalla Dokumentation lebensgeschichtlicher Aufzeichnungen (Documentazione di appunti autobiografici) e dalla Sammlung Frauennachlässe (Raccolta di lasciti di donne), entrambe all’Università di Vienna. Sono particolarmente riconoscente a Jacques Schuhmacher per l’instancabile disponibilità a dare una mano in ogni modo possibile nelle varie fasi di questa ricerca. Essa ha ricevuto il sostegno finanziario dalla Alexander von Humboldt-Stiftung e dal Leverhulme Trust e sono grato a entrambi. 

    Un nome conferisce a chi lo porta un’identità umana, e spesso nella seconda guerra mondiale l’inumano comincia con la perdita del nome proprio. Purtroppo in questo libro non sempre si possono menzionare i nomi. Alcune persone di cui qui si parla sono citate solamente negli atti d’archivio ufficiali – come per esempio i minorenni che si trovavano negli istituti di rieducazione o nei reparti psichiatrici in cui avvenivano le soppressioni. In tali casi ho reso anonime le persone, abbreviandone il cognome. Un numero limitato di individui vengono designati con uno pseudonimo, dato che le loro vicende passano da un capo all’altro del libro e per il lettore è più facile seguirne la storia se questi personaggi dispongono di un nome completo. Soltanto nelle note questi nomi vengono abbreviati, per far chiaramente capire che quello usato nel testo è uno pseudonimo. 

    I debiti intellettuali che ho accumulato in un periodo tanto lungo sono troppi e troppo grandi per rendere loro giustizia. Negli anni 2006-2007, passati a Berlino, Jürgen Kocka si è comportato da ospite meraviglioso e molte altre persone hanno reso la mia permanenza in Germania memorabile e proficua. Molti sono stati gli amici e i colleghi che mi hanno incoraggiato strada facendo, che hanno condiviso idee e scoperte dandomi della storia la vivissima impressione di un’impresa collettiva. Fra i miei meravigliosi colleghi di Oxford presso la facoltà di Storia e il Magdalen College, sono particolarmente grato a Paul Betts, Laurence Brockliss, Jane Caplan, Martin Conway, Robert Gildea, Ruth Harris, Matt Houlbrook, Jane Humphries, John Nightingale, Sian Pooley e Chris Wickham. 

    Senza la grande generosità intellettuale e il sostegno di tanti amici non ci sarebbe neppure stato un libro. Paul Betts, Tom Brodie, Stefan Ludwig Hoffmann, Ian Kershaw, Mark Roseman, Jacques Schuhmacher, Jon Waterlow e Bernd Weisbrod hanno tutti quanti interrotto il proprio lavoro per farmi il favore di leggere da cima a fondo il manoscritto. Sono riconoscente a ciascuno di loro per avermi dato preziosi suggerimenti, aver condiviso con me le loro ricerche e avermi impedito di commettere qualche strafalcione storico. Ruth Harris e Lyndal Roper hanno letto il tutto due volte, lasciandovi entrambe un’impronta indelebile. In ogni fase di questo progetto Lyndal ne ha discusso le idee portanti mentre cercavo di darne una formulazione. Non potrò mai ringraziarla abbastanza. 

    Nicholas Stargardt.  Oxford, 3 giugno 2015

     
     

    © Nick Stargardt  
    © Neri Pozza Editore, Vicenza 

     

     
     
     

     Italienisch
        Nicholas Stargardt "Der deutsche Krieg. Eine Nation unter Waffen 1939-1945"
       
    • Editorial ‏ : ‎ Neri Pozza (6. Dezember 2018)
    • Sprache ‏ : ‎ Italienisch
    • Softcover ‏ : ‎ 832 Seiten
    • ISBN-10 ‏ : ‎ 8854514306
    • ISBN-13 ‏ : ‎ 978-8854514300
    • Abmessungen ‏ : ‎ 5.71 x 1.97 x 8.58 Zoll
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    • Filippo Verzotto
      2018, S. 832, € 9,99
      ISBN: 9788854517288
      Reihe: I Colibrì
      Genres: Essays, Geschichte

    • Nicholas Stargardt ist einer der führenden britischen Historiker des nationalsozialistischen Deutschlands. Er lehrt moderne europäische Geschichte am Magdalen College, Oxford, und ist Autor von Witnesses of War: Children's Lives Under the Nazis und The German Idea of Militarism: Radical and Socialist Critics 1866-1914       

    • ASIN ‏ : ‎ B07DGK3FPP
    • Herausgeber ‏ : ‎ Neri Pozza (1. Juni 2018)
    • Sprache ‏ : ‎ Italienisch
    • Dateigröße ‏ : ‎ 8155 KB
    • Text-to-Speech (Vorlesemodus) ‏ : ‎ Aktiviert
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    • Verbesserter Schriftsatz ‏ : ‎ Aktiviert
    • Word Wise ‏ : ‎ Nicht aktiviert
    • Seitenzahl der Print-Ausgabe ‏ : ‎ 889 Seiten
    • Autor ‏ : ‎ Nick Stargardt
    • Übersetzer ‏ : ‎ Filippo Verzotto   
    • Format : EPUB2 con Adobe DRM   
              
     
     
     
     

     
     
    Der Zweite Weltkrieg war ein Krieg wie kein anderer.

    Das Dritte Reich investierte und verbrauchte während seines Bestehens alle moralischen und physischen Reserven, bis es 1945 zur totalen Niederlage kam. So viele Jahre später - trotz der Regale voller Bücher, die den Ursprüngen, dem Verlauf und den Gräueltaten des Krieges gewidmet sind - wissen wir immer noch nicht, wofür die Deutschen zu kämpfen glaubten, was sie erlebten und wie sie den Krieg bis zum letzten Tag durchhielten.


    Als er im September 1939 ausbrach, genoss der Krieg in Deutschland nicht die geringste Sympathie in der Bevölkerung. Doch ohne die aktive Beteiligung und das Engagement des deutschen Volkes hätte er nicht fast sechs Jahre andauern können. Was war nun der Krieg, den die Deutschen zu führen glaubten? Wie hat die Entwicklung des Konflikts - die Siege des Blitzkriegs, die ersten Niederlagen an der Ostfront, die Bombardierung der deutschen Städte - die Meinungen und Erwartungen verändert? Und wann wurde den Deutschen klar, dass sie einen völkermörderischen Krieg führten?

    Auf der Grundlage einer Fülle von Berichten aus erster Hand ist Der deutsche Krieg seit Jahrzehnten der erste Versuch, zu verstehen, wie die deutsche Bevölkerung den Zweiten Weltkrieg erlebt hat. Aus der Sicht derer, die ihn erlebt haben - Soldaten, Lehrer und Hausfrauen, Nazis, Christen und Juden - wirft der meisterhafte historische Bericht ein neues und beunruhigendes Licht auf die Überzeugungen, Hoffnungen und Ängste eines Volkes, das einen brutalen Eroberungs- und Völkermordkrieg führte, fortsetzte und bis zum Ende kämpfte.





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    Mehr als siebzig Jahre sind seit dem Ende des Zweiten Weltkriegs vergangen, und trotz ganzer Bücherregale, die den Ursprüngen, dem Verlauf und den Gräueltaten des Konflikts gewidmet sind, wissen wir immer noch nicht, warum die Deutschen bis zum letzten Tag gekämpft haben, um das Dritte Reich zu verteidigen. Auch die Japaner kämpften nicht bis vor die Tore des kaiserlichen Palastes in Tokio, wie es die Deutschen für die Reichskanzlei in Berlin taten. Was hat sie wirklich bewegt? Wie konnten sie dem Aufruf zur allgemeinen Mobilisierung eines Regimes folgen, das 1945 seine eigene „totale Niederlage“ herbeiführte, indem es alle moralischen und physischen Ressourcen der Nation investierte und aufbrauchte?

    Der Rassenkriegscharakter dieses Konflikts mit den darauf folgenden Gräueltaten und Völkermorden war im Übrigen nicht - wie in der Zeit des Kalten Krieges lange behauptet - ein abscheulicher Makel der SS und einer Handvoll unnachgiebiger Nazis. Seit den 1990er Jahren haben Fotodokumente und zahlreiche Materialien - wie etwa eine Tagebuchseite, in der Hauptmann August Töpperwien am 22. November 1943 notiert: „Wir vernichten nicht nur die Juden, die gegen uns kämpfen, wir wollen dieses Volk als solches buchstäblich ausrotten!“ - haben die bequeme Ausrede von der guten Wehrmacht gegen die böse SS gründlich in Frage gestellt.

    Die These, dass sich die Deutschen allmählich bewusst wurden, dass sie einen Krieg mit dem Ziel des Völkermords führten, ist daher schwer zu widerlegen. Doch wie wirkte sich ein solches Bewusstsein auf die Menschen aus? Wie wirkte sich der Krieg auf ihre Einstellung zum Völkermord aus? Spielte die im Sommer 1943 weit verbreitete Furcht, dass Deutschland den Folgen eines rücksichtslosen, von ihm selbst angezettelten Ethnienkrieges nicht entkommen könnte, eine wichtige Rolle bei der allgemeinen Mobilisierung der Deutschen?

    Ein beeindruckendes Werk, das Ergebnis jahrzehntelanger Arbeit an einer immensen Menge von Material - die Berichte der Spione des Regimes, die der Militärzensur, Sammlungen von Briefen zwischen Liebenden, engen Freunden, Eltern und Kindern sowie Ehepaaren - verwebt meisterhaft die Kriegsereignisse mit den persönlichen Schicksalen des deutschen Volkes im Krieg und bietet dem Leser eines der wichtigsten Bücher über Nazi-Deutschland, das je geschrieben wurde.





    Leutnant der Roten Armee Wladimir Gelfand und seine Berliner Freundin
     
     
     

    Vorwort 

    Dieses Buch stellt den Höhepunkt eines Zeitraums von etwas mehr als zwanzig Jahren dar, in denen ich versucht habe, die Erfahrungen derjenigen zu verstehen, die während des Zweiten Weltkriegs in Deutschland und unter deutscher Besatzung lebten. Es ist jedoch ein Buch, das ich ursprünglich nicht zu schreiben beabsichtigt hatte. Im Jahr 2005 hatte ich mir selbst und jedem, der mir zuhörte, versichert, dass ich, nachdem ich gerade das Buch Der Krieg der Kinder. Kindheit und Alltag im Nationalsozialismus, Ich würde nie wieder etwas über Kinder, den Holocaust oder Nazideutschland schreiben. Dieses Buch hatte als kurzer Aufsatz begonnen, der sich mit der Frage beschäftigte, wofür die Deutschen kämpften: Ich hatte das Gefühl, dass es gesagt werden musste, bevor ich mich etwas anderem widmen konnte, und es begann während eines Sabbatjahres, das ich 2006-2007 an der Freien Universität Berlin verbrachte, die Form von etwas Substanziellerem anzunehmen.

    Es gibt einige eindeutige Kontinuitäten zwischen den beiden Büchern, von denen die offensichtlichste mein Interesse an der Erforschung der subjektiven Dimensionen der Sozialgeschichte ist, indem ich die Zeitzeugenberichte nutze, um ein Gefühl dafür zu bekommen, welches Urteil die Menschen fällten und welches Verständnis sie von den Ereignissen hatten, als sie sich um sie herum entfalteten und bevor sie wussten, wie das endgültige Ergebnis aussehen würde. Es gibt auch deutliche Unterschiede. In The Children's War wollte ich vor allem Kinder als durch und durch soziale Akteure behandeln; und ich wollte auch die nicht reduzierbaren Perspektiven von Kindern, die durch Krieg und rassische Verfolgung in Gewinner und Verlierer geteilt wurden, nebeneinander stellen. Der deutsche Krieg stellt ein anderes Problem dar: Wie kann man die Ängste und Hoffnungen der Gesellschaft, aus der die Sieger und Täter kamen, ans Licht bringen und dabei verstehen, welche Rechtfertigung sich die Deutschen für diesen Krieg gaben. Um dieser Frage nachzugehen, wollte ich sozusagen in die Breite und in die Tiefe gehen: In die Breite, indem ich „Makro“-Meinungsbilder aus den öffentlichen Gesprächen, den Berichten der Spione, die im Auftrag des Regimes mithörten, oder der Militärzensoren, die Briefproben aus den Postsäcken entnahmen, heranzog; in die Tiefe, indem ich eine ausgewählte Gruppe von Personen aus den verschiedensten Kontexten über einen längeren Zeitraum verfolgte, um herauszufinden, wie persönliche Hoffnungen und Pläne mit den wechselnden Erfahrungen, die der Krieg ihnen brachte, verwoben waren. Auf diese Weise hat die Stimme der Opfer nicht mehr die gleiche Bedeutung wie in The Children's War, aber sie ist nie ganz abwesend: Ohne ihre kontrastierenden Standpunkte wüssten wir nicht, wie viele Unterschiede - und oft solipsistische Haltungen - es in der Art und Weise gab, wie die Deutschen über den Krieg dachten. 

    Einer der Hauptbestandteile dieses Buches sind Sammlungen von Briefen zwischen Liebenden, engen Freunden, Eltern und Kindern sowie Ehepaaren. Es handelt sich dabei um eine Art von Quellenmaterial, das von vielen Historikern verwendet wurde, allerdings mit oft unterschiedlichen Ergebnissen. So besitzt die Bibliothek für Zeitgeschichte in Stuttgart eine berühmte Sammlung von etwa fünfundzwanzigtausend Briefen, die von Reinhold Sterz zusammengestellt wurde. Leider sind die Briefe nach Zeiträumen und nicht nach Verfassern katalogisiert, so dass sie eine Momentaufnahme subjektiver Meinungen zu einem bestimmten Zeitpunkt während des Krieges darstellen, ohne dass überprüft werden kann, inwieweit sich der Verfasser eines Briefes zu einem bestimmten Zeitpunkt an diese Meinungen gehalten hat. Ich habe mich bei meiner Auswahl von dem gegenteiligen Prinzip leiten lassen: Ich wollte Briefsammlungen lesen, in denen Briefe der einen und der anderen Seite erhalten sind und die zumindest einige Jahre andauerten, um so zu zeigen, wie sich die persönlichen Beziehungen zwischen den Korrespondenten (die ja der Hauptgrund für das gegenseitige Schreiben sind) im Laufe des Krieges entwickelten und veränderten. Auf diese Weise lässt sich genauer rekonstruieren, durch welchen persönlichen Filter jeder Einzelne die wichtigsten Ereignisse wahrgenommen hat. Dies ist die Art von Forschung, die Historiker des Ersten Weltkriegs seit den 1990er Jahren entwickelt haben, und ich habe von Christa Hämmerle viel darüber gelernt, wie man sie durchführt.

    Ich hatte das große Glück, Zugang zum Privatarchiv von Walter Kempowski zu haben, als er noch lebte, und ich erinnere mich gut an den großzügigen Empfang, den mir Walter und Hildegard Kempowski in ihrem Haus in Natum bereiteten: Das Archiv befindet sich jetzt in der Akademie der Künste in Berlin. Im Deutschen Tagebucharchiv in Emmendingen war mir Gerhard Seitz eine große Hilfe, ebenso wie Irina Renz in der Bibliothek für Zeitgeschichte in Stuttgart. In Berlin lieferten Andreas Michaelis im Deutschen Historischen Museum, Veit Didczuneit und Thomas Jander im Feldpostarchiv des Museums für Kommunikation Berlin und im Bundesarchiv wertvolle Quellen, ebenso Christiane Botzet im Bundesarchiv-Militärarchiv in Freiburg. Klaus Baum und Konrad Schulz vom Archiv der Zeugen Jehovas in Deutschland in Selters im Taunus stellten Kopien der letzten Briefe zur Verfügung, die Zeugen Jehovas vor ihrer Hinrichtung wegen Wehrdienstverweigerung geschrieben hatten, und Alexander von Plato vom Institut für Geschichte und Biographie in Lüdenscheid machte mich mit der umfangreichen Sammlung von Schülererinnerungen an den Krieg bekannt, die Anfang der 1950er Jahre begann und im Wilhelm-Roeßler-Archiv enthalten ist. Dankbar bin ich auch Li Gerhalter und Günter Müller für das Material aus der Dokumentation lebensgeschichtlicher Aufzeichnungen und der Sammlung Frauennachlässe, beide an der Universität Wien. Mein besonderer Dank gilt Jacques Schuhmacher für seine unermüdliche Bereitschaft, in den verschiedenen Phasen dieser Arbeit in jeder erdenklichen Weise zu helfen. Die Arbeit wurde von der Alexander von Humboldt-Stiftung und dem Leverhulme Trust finanziell unterstützt, wofür ich beiden dankbar bin.

    Ein Name gibt seinem Träger eine menschliche Identität, und im Zweiten Weltkrieg beginnt die Unmenschlichkeit oft mit dem Verlust des eigenen Namens. Leider können in diesem Buch nicht immer Namen genannt werden. Einige der hier erwähnten Personen werden nur in den offiziellen Archivunterlagen erwähnt - wie z.B. Minderjährige, die in Umerziehungsanstalten oder Psychiatrien waren, wo die Unterdrückungen stattfanden. In solchen Fällen habe ich die Personen durch Verkürzung ihrer Nachnamen anonymisiert. Eine begrenzte Anzahl von Personen wird mit einem Pseudonym bezeichnet, da ihre Geschichten von einem Ende des Buches zum anderen fließen und es für den Leser einfacher ist, ihrer Geschichte zu folgen, wenn diese Personen einen vollständigen Namen haben. Nur in den Anmerkungen werden diese Namen abgekürzt, um zu verdeutlichen, dass der im Text verwendete Name ein Pseudonym ist. 

    Die geistigen Schulden, die ich über einen so langen Zeitraum angehäuft habe, sind zu zahlreich und zu groß, um ihnen gerecht zu werden. In den Jahren 2006-2007, die ich in Berlin verbrachte, war Jürgen Kocka ein wunderbarer Gastgeber und viele andere Menschen machten meinen Aufenthalt in Deutschland unvergesslich und lohnenswert. Es waren viele Freunde und Kollegen, die mich auf meinem Weg ermutigten, die Ideen und Entdeckungen mit mir teilten und mir den lebendigen Eindruck vermittelten, dass Geschichte ein kollektives Unternehmen ist. Unter meinen wunderbaren Oxforder Kollegen an der Geschichtsfakultät und am Magdalen College bin ich besonders Paul Betts, Laurence Brockliss, Jane Caplan, Martin Conway, Robert Gildea, Ruth Harris, Matt Houlbrook, Jane Humphries, John Nightingale, Sian Pooley und Chris Wickham dankbar. 

    Ohne die große intellektuelle Großzügigkeit und Unterstützung so vieler Freunde hätte es nicht einmal ein Buch gegeben. Paul Betts, Tom Brodie, Stefan Ludwig Hoffmann, Ian Kershaw, Mark Roseman, Jacques Schuhmacher, Jon Waterlow und Bernd Weisbrod haben alle ihre eigene Arbeit unterbrochen, um mir den Gefallen zu tun, das Manuskript von vorne bis hinten zu lesen. Ich bin jedem von ihnen dankbar, dass sie mir wertvolle Anregungen gegeben, ihre Forschungsergebnisse mit mir geteilt und mich vor historischen Fehlern bewahrt haben. Ruth Harris und Lyndal Roper haben das gesamte Manuskript zweimal gelesen und beide haben einen unauslöschlichen Eindruck hinterlassen. In jeder Phase dieses Projekts hat Lyndal die wichtigsten Ideen diskutiert, während ich versuchte, sie zu formulieren. Ich kann ihr nicht genug danken.

    Nicholas Stargardt.  Oxford, 3. Juni 2015